Resilienze

Laboratorio del governo di sé

Laboratorio del governo di sé

Resilienze

Primo seminario: 6-7 febbraio 2014

Appunti sparsi

Giovedì 6 febbraio 2014

Paolo Marchettini

Anzitutto occorre fare chiarezza sui termini: c'è una differenza fra dolore, sofferenza e nocicezione.
I sensori del dolore si attivano prima del dolore e ci aiutano ad evitarlo: questa è la nocicezione.
Il masochista stimola i nocicettori e prova dolore ma non sofferenza.
La sofferenza è angoscia: disperazione di fronte al dolore (paura, incapacità di affrontare qualcosa)
Per esempio, le radiazioni ci fanno male ma non ci provocano dolore.
I sensori del corpo non sono tutti uguali: certe parti non reagiscono come altre. Ciò che proviamo non è legato allo stimolo, ma ai recettori (per esempio, il cervello non è sensibile al dolore).
La RESILIENZA è l'attitudine a reagire ad un trauma, e non è uguale per tutti.
Nella medicina del dolore è più importante il racconto del dolore che i risultati degli esami...

Il cervello
Nel cervello, il bulbo è la parte che interessa un medico del dolore.
Il lobotomizzato ha percezione di uno stimolo, ma non soffre, pur in presenza di dolore.
La corteccia frontale mette insieme tutti gli stimoli.
La corteccia cingolata anteriore è sede della memoria (x es. so che l'esperienza che sto vivendo può essere pericolosa).
Ma la sofferenza viene dalla corteccia dell'insula, sede di emozioni e angoscia.
Quando abbiamo un dolore, tutto il cervello si accende (oltre alle parti di sensibilità e percezione, anche gli occhi, per esempio, che cercano una via di fuga...).
Se tutto è "acceso" si causa il "catastrofismo", cioè la sensazione di non poter superare il problema. E tutte le culture che hanno lavorato con lo scopo di gestire il catastrofismo sono risultate le più efficienti.
In situazioni estreme ci educhiamo e siamo obbligati a reazioni che riducono l'attività delle parti del cervello più emotive.

Le parole
Le parole possono curare il dolore perché riducono l'attività delle parti del cervello che creano angoscia (corteccia insulare). Significa allenarsi: se so le procedure, di fronte alle situazioni estreme le applico e così sposto l'attività dalla corteccia dell'insula alla corteccia cerebrale.

Il nostro cervello ha una "centralina" che progetta e una che esegue.
Il cervello è una macchina che serve per rispondere a problemi.

Per ridurre il dolore, possiamo immettere nel cervello sostanze dall'esterno, ma esse hanno una "scadenza" perché esso si assuefa e si prepara a nuovi stimoli.
Nel nostro corpo ci sono diversi centri del dolore e diverse sono le strategie che il corpo attua da solo per combatterlo: adrenalina, serotonina, dopamina, endorfine.

La cultura occidentale ha ridotto l'arte umana di indurre il controllo del dolore perché ha combattuto il misticismo e queste pratiche, considerate eretiche.
La capacità di controllare il dolore ci accomuna ai dinosauri: è la parte più antica del cervello, quella che blocca il dolore prima di sentirlo.
Durante il sonno alziamo la soglia di resistenza, perché nel tronco cerebrale c'è un "interruttore" che stacca il corpo dal cervello in qualche misura (si staccano i recettori della gravità, nell'orecchio, e la corteccia cerebrale si aziona come se il corpo si muovesse davvero).
In realtà, la resistenza al dolore è sostanzialmente uguale per tutti, ciò che cambiano sono le situazioni.
La ripetitività di un gesto crea una sorta di dormiveglia, così che il dolore sia più facilmente controllabile, ma ciò implica un grande sforzo (ipnosi e autoipnosi, per esempio).
Sonno e dolore sono dunque correlati: dormire male aumenta il dolore.
Molte sono le pratiche alternative usate in ospedale per la cura del dolore, sono strumenti culturalmente variabili e credere in queste pratiche (dall'agopuntura all'ipnosi) ne aumenta l'efficacia.

Nel quadro di Caravaggio in cui il bambino è morso dal serpente, la smorfia del ragazzo è esemplare: la paura del dolore arriva prima della percezione, che ci mette circa 250 millesimi di secondo ad essere processata).

Dunque la RESILINEZA è soprattutto la capacità di gestire il catastrofismo (cioè la paura e l'angoscia), più che il dolore.
Il dolore ci insegna a cambiare comportamento. Non c'è un centro inibitore della sofferenza (possiamo solo spegnere la nocicezione con l'endorfina): al massimo possiamo trasportare la sofferenza in una esperienza che aiuti a migliorare la situazione. Questa è RESILIENZA.

Di fronte al dolore altrui proviamo dolore perché si attivano le aree del cervello (neuroni specchio) che presiedono a quella percezione.
Coscienza collettiva, sofferenza collettiva (nei branchi di lupi avviene questo).
C'è dunque una struttura neurale etica del comportamento?
Di fronte alla sofferenza altrui qualcuno non sa reagire (una coppia che si lascia dopo un dolore) ed è spiegabile eticamente: non è egoismo, ma il nostro cervello non è in grado di sentirlo e sopportarlo. A qualcuno piace assistere chi soffre...
Etica è costruire strumenti che ci evitino di avere cicatrici irreparabili.

Il mio obiettivo, nel lavoro, è spiegare ai pazienti il perché del dolore: razionalizzare l'emotività e dare previsioni. Il mio obiettivo, cioè, è portare le persone a muoversi per lenire il dolore (luogo del controllo). L'obiettivo è ridare il controllo in mano al paziente.

Uno dei miti della nostra società è che si possa intervenire per "aggiustare" tutto. E non invece saper vivere anche con qualcosa di "rotto". Vorrei un mondo in cui si potesse vivere anche se non sei al 100% di efficienza e in cui ci fosse spazio per tutti. Ci sarebbero meno menzogne esistenziali.

Cercare di controllare il dolore appartiene a tutte le culture, mentre cambia la relazione con la sofferenza.
Il dolore non è indotto dall'ambiente, mentre la RESILIENZA sì.
Se ho un'idea di me troppo alta, se succede qualcosa... cado da molto in alto (la paura del fallimento, l'inadeguatezza rispetto all'idea che ho di me).
RESILIENZA ai traumi della vita: ha a che fare con l'idea di sé. La resilienza rispetto a una sofferenza emotiva ti obbliga a trovare un modo per ripartire sapendo che quel dolore non lo puoi eliminare.
Il collettivismo è vincente, come "egoismo del gruppo". Una società di vincitori (senza spazio e opportunità per i vinti) costa di più.

[Gov se´ Marchettini1Gov se´ Marchettini2] [Governo di Se` Avigliana_Paolo.pptx]


Alex Bellini

Io sono un avventuriero. Da ragazzo avrei voluto sempre essere da un'altra parte.
E la mia porta di accesso all'avventura fu essere scartato dalle selezioni per un Camel Trophy! Un fallimento quindi.
Poi ho fatto il netturbino per raccogliere i soldi per andare in Alaska a fare una delle prime avventure (la prima fu una gara di 600 km, la seconda di 1400 km).
Poi ho voluto togliere ulteriormente orpelli alle mie avventure e ho scelto il mare.
Nel 2004 parto da Genova per attraversare a remi l'Atlantico, dopo due anni di allenamento, e in 6 ore sono costretto a tornare indietro.
Secondo tentativo, e dopo 23 giorni naufrago a Formentera.
La prima telefonata che ricevo è del proprietario della barca che vuole i suoi soldi dopo che l'ho distrutta. La seconda è di mio padre che dice: torna e ne costruiremo una nuova e migliore. La terza è di colei che poi diverrà mia moglie che si offre di raccogliere fondi per il prossimo tentativo.
Dipende come uno reagisce al fallimento: quando mi insultavano o mi prendevano in giro io mi rafforzavo.
Mi sono allenato ancora per sei mesi in cantina, di fronte ad un muro bianco.
Nel 2005 al terzo tentativo parto con molto meno entusiasmo attorno a me. Dopo 226 approdo a Fortaleza, in Brasile.
Ci ho messo 70 giorni ad uscire dal Mediterraneo.
Dopo 180 giorni sono rimasto senza cibo, a 2500 km da riva. Ho rifiutato di salire su una nave che mi avrebbe soccorso per la paura di non voler più tornare poi sulla mia. Mi faccio dare un po' di cibo in attesa che arrivi una nave chiamata dal mio team. In tre giorni arriva e mi lascia 100 kg di cibo che io però finisco in soli 18 giorni, perché non ho più controllato la mia alimentazione. Di nuovo senza cibo per 5 giorni, di notte prego i grandi esploratori affinché mi aiutino! Finché non raggiungo un micro-arcipelago su cui lavorano alcuni scienziati, che mi accolgono e mi nutrono.

Non è l'arrivo che mi ha reso diverso, ma il viaggio.
Durante il viaggio, spesso ho pensato di avere poche possibilità. Ma ogni volta pensavo che al ritorno avrei poi fatto qualcosa di ancora più difficile.

[fortaleza-subtitled-4.mov]

Nel 2008 decido di attraversare a remi il Pacifico.
294 gg di mare. Per dieci mesi ho remato in totale solitudine, incontrando una sola barca.

La cosa più difficile è convivere con le proprie polarità interiori, accettarsi.
A 60 miglia dall'arrivo in Australia, succedono tre cose: intenso traffico sotto costa; la barriera corallina mi chiude la strada e mi impedisce di dormire la notte; correnti subacquee mi ricacciano indietro a ogni colpo di remo. [crisi pacifico001]

Incontro una nave e decido di prenderla. fermandomi lì. In 9 ore sono a terra.
Quelle 60 miglia sono le più belle della mia vita: da lì sono sceso come un uomo maturo, che sa rinunciare.
O riesci ad integrare in te questo evento o non lo risolvi mai. E devi farlo prima di arrivare a terra (così mi disse mia moglie).
La traversata è stata omologata comunque, ma comunque era una mancata risposta alle aspettative di altri. Io invece ho scoperto che ci sono cose che puoi controllare e altre no (venti, maree, correnti) mentre possiamo lavorare su noi stessi (e su questo dobbiamo concentrarci). Da qui il mio interesse per l'ipnosi e altro.
Quelle 60 miglia sono comunque un dolore per me.

Nel 2011 decido di attraversare gli USA di corsa. Correvo sulla riga bianca a bordo strada perché l'asfalto nero era bollente.
Al 65° giorno nasce, in Italia, mia figlia. Quando scegli qualcosa, nella vita, sai già che rinuncerai ad altro.

I due momenti emblematici delle mie avventure sono stati il naufragio a Formentera e il passaggio in nave accettato in Australia: due fallimenti.
L'avventura ti chiede di cambiare. A volte ho lottato e ho urlato in faccia al mare, ma poi schianti, cadi, ti rompi, ma ciò mi rendeva forte, perché contava il valore che avevo dato alla cosa.
Avere un team a casa dà una prospettiva più completa al progetto: la "saggezza del gruppo" mi ha fatto vedere cose che non vedevo.

RESILIENZA: da resalio, risalire da una barca rovesciata.
Lo avvicinerei al concetto di "antifragilità" di Nassim Nicholas Taleb: la caratteristica dell'antifragile è che se è sottoposto a stress periodicamente, poi si rafforza (le piante dei piedi nudi che si abituano al terreno).
Possiamo trattare la nostra vita come un pacco fragile oppure possiamo decidere di saltare in ogni fosso e gettare il pacco fragile per terra: si romperanno tutti i bicchieri dentro, ma se uno resta intero, allora quello è forte e sicuro ed è il perno su cui costruire.
Se non poniamo noi stessi nella condizione di difficoltà, non ci abituiamo e non sappiamo superarla.
Se per paura di giudizio nostro o altrui non rischiamo, allora non sapremo affrontare le difficoltà quando arriveranno.

Io faccio quello che so fare. La sensazione di avere fatto rinunce o avere rimpianti è insostenibile. Io non sono progettato per sopportare un rimpianto.

Il successo e il fallimento
La storia di Tom McNally è la storia di un vinto. Tenta il record di traversata atlantica con la barca più piccola del mondo (1,32 m a vela).
La prima volta la barca brucia in laboratorio; la seconda viene affondata da due ubriachi (uno dei quali è salvato proprio da McNally); cerca soldi per ripararla con pezzi di fortuna e finalmente parte. Naufraga e viene ridicolizzato, poi riparte ma subisce un furto prima, poi si ammala... e oggi non può più fare nulla.

Dobbiamo cambiare le definizioni.
Il successo è qualsiasi cosa migliori il mio stato di uomo.
Il fallimento non mostra a me i miei lati positivi.
Per me il fallimento è stato un purgatorio attraverso cui passare.
La crisi è però anche un'opportunità di sviluppo?
In mare quando avevo una crisi adottavo la "strategia dei 7 giorni", che era il tempo tecnico per avere soccorsi. Mi dicevo: se oggi chiamo, arrivano fra 7 gg, quindi non chiamo, aspetto 7 gg e vedo se la situazione migliora. regolarmente, dopo 1 giorno la crisi passava.
Oppure ci dormivo sopra.
Oppure scrivevo, con distacco, come dall'esterno, in modo analitico, ciò che accadeva.
Tutti modi per superare le crisi.

Io non mi sono divertito ad attraversare gli Oceani. Ma io non scappo dalle forze negative, anzi vado verso di loro. Non sono appassionato di mare o di corsa, ma l'Oceano divideva me dalla persona che volevo essere.
E' più facile andare via da qualcosa piuttosto che verso qualcosa, perché andare verso implica sapere che cosa vuoi, mentre è più facile sapere che cosa non vuoi.
Nel mio caso, sono partito da un disagio e l'ho trasformato in una forza energetica positiva.
Ho cercato di riassumere le attitudini dell'avventuriero, considerando l'avventura come un ruolo sociale. Ne ho fatto uno schema. [attitudini-avventuriero.jpg]

Quando si intraprende un'avventura bisogna considerare i bonus achievement che spesso hanno più valore dell'obiettivo originario.

La mia prossima avventura sarà nel 2015: andrò a vivere da solo per 12 mesi su un iceberg in Groenlandia, fino al suo completo scioglimento. [http://vimeo.com/72252893]

[Gov se´ Bellini1Gov se´ Bellini2] [governo di se´ _ALEX.ppt]


Venerdì 7 febbraio

Introduzione di Guido Bosticco

Ieri ho imparato la differenza fra nocicezione, dolore, sofferenza.
E questa differenza è imprescindibile per parlare di questi temi.
Ho imparato che il dolore è sistemico (il cervello è sistemico) e quindi la sua cura o il suo controllo non possono essere parziali o riduzionistici, ma devono considerare la persona nel suo complesso: mente in relazione con il corpo e in relazione all'ambiente e agli eventi.
E la resilienza non è lineare ma sistemica e dinamica (uno dopo un trauma o crisi non sta immobile e il mondo intorno a lui nemmeno...).
E la resilienza è il processo di riparazione di una sofferenza. (non è la resistenza!)

Quindi una cura/controllo del dolore (e in conseguenza della sofferenza) passa attraverso l'educazione e l'allenamento.
Per esempio: l'allenamento alle procedure per uscire dal catastrofismo, come le regole che si danno in aereo al decollo o come le regole dei soldati in missione (questo ce lo disse anche il colonnello Vezzoli).
O ancora, allenamento per il momento in cui schianterai: Alex in fondo ha detto che tutto il suo allenamento è volto a quel momento lì (così come ce lo disse Alessandro Marangoni, il pianista).

Paolo ha detto: "Il nostro cervello è una macchina che serve per rispondere a problemi". Margherita ha chiesto ad Alex se la spinta al suo agire fosse una risposta a qualcosa (e mi è parso di capire che sì, è proprio così)
E allora mettiamo insieme un po' di nozioni per dare loro un senso:

  • exploitation: capacità di sfruttare al massimo grado l'ambiente (per un fitting esistenziale soddisfacente, cioè uno stato di omeostasi, cioè di equilibrio);
  • exploration: la spinta alla scoperta (propria dell'uomo ma in effetti sempre in condizioni di necessità, cioè per rispondere a un problema). Quando l'omeostasi non è più tale, cede il passo alla retroazione, che è un'azione conseguente, una risposta ad un evento (positiva o negativa, bimbo che cammina e sguardo della mamma...).

Ricordo che Velasco ci disse: quando chiedo ai giocatori se va tutto bene e tutti sono belli tranquilli e contenti e sono d'accordo con tutte le mie scelte, mi preoccupo perché qualcosa sta andando storto... Anche a lui l'omeostasi non piaceva molto, o meglio sapeva che non produce nulla di nuovo....e in effetti rischia di essere una cristallizzazione, anche nel campo della pragmatica della comunicazione, nelle relazioni (Watzlawick).

Ed eccoci quindi al tema della RESILIENZA.
Dunque: azione creativa, produttiva, inventiva come risposta ad un problema. Questo fa il nostro cervello.
Il pensiero stesso è un pensiero che reagisce. È una produzione che mette in relazione noi stessi con qualcosa, per esempio con un'immagine, un'impressione, una percezione che ci arrivano come stimoli dall'esterno. Il pensiero reagisce a queste cose e si rapporta con esse.

Per questo motivo la resilienza prende le mosse da una attenzione (altra parola del nostro percorso...) a ciò che ci riguarda, sia esso il dolore, il trauma, la fatica, lo stress, la disperazione: attenzione, oggettivazione (Alex scrive quando è in crisi, Paolo fa da "tramite temporaneo" per i suoi pazienti), e poi finalmente una reazione, che è un pensiero che porta un'azione conseguente (un comportamento, l'applicazione di una procedura etc.).

Angoscia e paura sono i nemici, più che il dolore o il trauma (ma possono derivare da essi).

  • L'angoscia, diceva Kierkegaard, è connaturata nell'uomo di fronte alla libertà di scelta, cioè alla necessità di responsabilità. Quindi siamo a contatto con il decision making. L'angoscia è il sentimento della possibilità.
  • Torno alla frase che Dan Segre ci ha mandato: possiamo accettare una legge, una strada che implica una legge, una responsabilità o per libero arbitrio o perché ci è imposta dal dolore.
  • Heidegger distingue: paura è di qualcosa, angoscia è spaesamento, è un insieme senza oggetto. "L'angoscia rivela il niente" (e infatti dici: mi angosciavo per niente), mentre ho avuto paura di morire, di non farcela, di arrivare tardi, di non essere all'altezza del compito etc.

E a questo proposito siamo tornati spesso sul tema dell'obiettivo sbagliato che crea sofferenza. Troppo alto o comunque sbagliato. Tutti ne hanno parlato nei precedenti incontri.
Il fallimento può derivare da un obiettivo mal posto.
Oppure da un errore.
Ed anche qui: rapporto con l'errore; rapporto con il fallimento; rapporto con la sofferenza, comprensione di essa e visione della possibilità futura.

Alex sembrava ossessionato dall'idea dell'Oceano, poi dalla parola Pacifico (un brivido fisico ha detto) e la molla alla scelta di vita è arrivata con un fallimento, con l'essere scartato dal Camel Trophy, poi quello del 2004, poi il naufragio...
Certo l'importante è perseguire uno splendido fallimento, come quello delle 60 miglia mancate.Ma non è da tutti... è un NO che apre molti SÌ. (Lo que no mata engorda, dice un proverbio spagnolo).

Pensiamo invece: se il fallimento, il dolore o il trauma (uno stupro, un'ingiustizia subita, l'azienda che devi chiudere, fai fallimento...) genera odio verso te stesso o gli altri oppure senso di colpa, a una disgrazia si aggiunge una seconda disgrazia: violenza o depressione cioè tirannia o schiavitù (verso sé stessi o schiavi di se stessi). E poi ancora la disgrazia della disgrazia della disgrazia: uccidere o suicidarsi (l'esempio di quell'imprenditore che rimase asserragliato nella sede dell'Esatri).

Invece considerare la sofferenza (di un errore, di una crisi, di un trauma) come una premessa progettuale mi pare che sia la chiave. È l'unica, altrimenti è depressione.
E credo che ciò sia possibile SOLO con l'aiuto degli altri. Con la "saggezza del gruppo" o con il "collettivismo vincente, l'egoismo del gruppo".
Il principio di insufficienza che espresse Georges Bataille (anche alla base del bisogno) è ancora valido: «l’esistenza di ogni essere richiama l’altro o una pluralità d’altri» e la comunità sorge proprio da questa connessione.

Paolo Marchettini
L'ansia è anche positiva, perché ci porta ad esplorare. Una ricerca dell'altrove che è uno stato positivo, non apatia.

Pia
Non avevo mai pensato l'ansia come un elemento positivo!

Paolo
I progetti servono per incanalare l'ansia, si chiama energia.
(Ansia, noia, depressione, an-edonia).
E' meglio essere arrabbiati che depressi, per la preservazione di sé stessi: meglio incanalare la rabbia verso qualcosa.
Vi è differenza fra ricerca di emozioni (di per sé non positivo) e ricerca del superamento. I "sensation seekers" non sono un bell'esempio... come si dice "o sei alpinista o sei alcolista".
Diverso è progettare un'azione che ti cambia, dopo la quale sarai diverso da prima. Allora da quello apprendi.

Alex Bellinis
Viviamo alla ricerca della serenità e della sicurezza e poi ci buttiamo in imprese rischiose per sentirci vivi.

Paolo
Non ci sono esempi di popolazioni primitive che si espongono a rischi inutili.
Può l'attitudine all'avventura aiutarci a superare dei traumi?
Imparare cose nuove mantiene il cervello elastico e quindi pronto a reagire ai traumi.

Maurizio

Alex ci ha mostrato non solo il governo di sé ma anche la ricerca di sé.
Un percorso necessitato da qualcosa: la sintesi e gli equilibri li ha trovati nel fare delle cose. Quindi la resilienza non può prescindere da una visione di sé.

Piero
Il superamento di un limite è un'azione mentale. E' una condizione della resilienza. Qui abbiamo elogiato il "disequilibrio" e quasi l'ansia, il dolore: è un paradosso.
Come posso tradurre ciò nel mio lavoro? Ho pensato al caso di successo della Apple, in cui questa ansia è stata canalizzata.

Alex
Non faremmo ciò che facciamo se non avessimo la sensazione anche microscopica di poterla fare.

Paolo
Noi abbiamo anche un sistema di amplificazione sensoriale (penso agli eschimesi del libro di De Martino Mondo Magico), grazie alla serotonina per esempio.
I nostri sensi sono sempre sotto filtro.
Immaginare di fare una cosa prima di farla è utile, perché l'area motoria accessoria è quella che impara.
Apprendere è ottimizzare energie, in modo che poi non devo più metterci il cervello (una volta appreso).
Se hai ansie: elabora prima e immagina prima, così sarai allenato anche all'inatteso.

Alex
Allenamento ideo-motorio. Oppure le tecniche per superare l'ansia prima di parlare in pubblico, immaginandoselo in anticipo.
La S.F.E.R.A.: i 5 attrattori, ciascuno dei quali ha due polarità:
Sincronia (presta attenzione a ciò che stai facendo): immaginare-fare
Forza (punti di forza che sai di avere): saper essere-percepire
Energia (ottimizza quella che applichi): troppa-poca
Ritmo (fondamentale quanto difficile...): lasciare-tornare
Attivazione (la ragione prima per cui agiamo, la motivazione): motivazione-essere pronti
Vi suggerisco alcuni testi di Giuseppe Vercelli: Vincere con la mente, Intelligenza agonistica, Il potere nascosto dell'ombra.

La mattinata si conclude con un piccolo esperimento di ipnosi e poi con un giro fra i partecipanti, con la domanda: "Che cosa mi porto a casa da questi due giorni"?

[Gov se´ ven 1 feb2014 – Gov se´ ven 2 feb2014Gov se´ ven 3 feb2014]